Penso quindi sono… ma chi sono davvero?

penso quindi sono
11 Marzo 2022

Penso quindi sono… Cogito ergo sum.

Sicuramente il detto “Il mondo è bello perché è vario” è una verità assoluta e l’essere diversi è ciò che in effetti rende tutto molto più interessante.

Accanto, però, al diverso, come uomini e donne cresciuti generazionalmente nella stessa epoca, con la stessa cultura in quanto popolo e nazione, e avendo, più o meno, subito tutti le stesse influenze di mode e costumi, ci sono tantissimi punti in comune e tra essi è facile che si nasconda il “nemico silenzioso”, l’ostacolo che non ci permette di realizzarci da più punti di vista: lavorativo, sentimentale/affettivo e relazionale.

Si tratta, spesso, di una o più entità silenti, che in sordina sabotano i nostri piani.

Riconoscerli può darci una prima mano, il resto deve essere fatto con molta calma ma, come i maestri del passato ci insegnano, a tutto c’è sempre rimedio.

Chi siamo davvero?

Apparentemente sembra una domanda abbastanza scontata ma se ti dicessi che al 99% tutti sbaglieremmo la risposta?

Uomo o donna, ragazzo o ragazza, qualunque sia la tua situazione oggi, c’è una realtà che governa la tua vita, che tu credi amica ma che condiziona ogni tuo attimo: la mente ed in particolare il tuo cervello e, se non realizzi i tuoi progetti di vita, è molto probabile che ci sia qualcosa che ti stia bloccando senza che tu te ne renda conto.

Partiamo dal principio per comprendere cosa sta succedendo e facciamolo con parole semplici in modo che tutti possano seguire questo ragionamento.

Si nasce già immersi in una determinata cultura.

Se ti chiedessi adesso come sei vestito, come sei pettinato, cosa hai mangiato, che film hai visto, che libri hai letto, insomma parte di chi sei, qual è il tuo posto nel Tutto, certamente penseresti che tutti questi particolari possono definirti come individuo, unico e irripetibile.

Vorrei, però, farti riflettere su un aspetto, se tu fossi nato in Etiopia o in Cina o in Groenlandia vestiresti, ti pettineresti, mangeresti allo stesso modo?

In un certo senso, la cultura che ci circonda ci forma e trasforma, credo che questo sia evidente e scontato.

Facciamo ancora un passo già che ci siamo.

Siamo nati da un uomo e una donna che, normalmente, diventano i nostri punti di riferimento, almeno nei primi anni di vita e in questa parte del globo, fino a quando non “cammineremo da soli”, sempre più tardi per nostra sfortuna, qualcuno purtroppo vuole che sia così.

Siamo cresciuti in un nucleo famigliare e, probabilmente, abbiamo fratelli e sorelle con cui attraverseremo parte della nostra vita.

Senza allargare di tanto il cerchio e restando solo nell’ambito delle mura domestiche, da chi credi che abbiamo appreso l’arte del vivere?

Studi affermano che già nei primi 2 mesi di vita il neonato apprende “per imitazione” azioni e comportamenti, pur non comprendendone appieno la funzione.

Il nostro nucleo famigliare ci plasma a sua immagine e malgrado le guerre adolescenziali ne subiamo l’influenza e continueremo a tramandare il nostro retaggio famigliare per molte generazioni avvenire.

Se ciò non bastasse, poi, in quanto specie abbiamo bisogno degli altri e, per stare appunto con gli altri, abbiamo la necessità di conformarci e uniformarci a chi è al nostro fianco.

Ovviamente non si tratta solo di rispettare regole e regolamenti, il bisogno di accettazione e d’inclusione non sono astratti ma qualcosa di molto concreto.

Chi sei?

Il nostro cervello, sin da quando emettiamo il primo vagito, incamera delle informazioni per apprendere.

Nel cranio umano c’è la macchina più perfetta al mondo.

Tranne qualche informazione iniziale donata da madre natura, come del resto accade per tutto il mondo il mondo animale, il neonato inizia a formare azioni e comportanti con due metodi: per spirito d’imitazione e con le emozioni.

I neuroni sono le cellule del cervello in cui sono custodite le informazioni.

Le sinapsi, invece, sono delle strade che collegano i neuroni al fine di organizzare le informazioni incamerate in modo funzionale.

Come si riconosce un volto umano?

Semplice, c’è una sinapsi che collega forma (ovale), colore (rosa, nero, giallo), elementi (occhi, naso, bocca) ecc. ecc. con un unico risultato: anche quando gli elementi sono molto differenti riusciamo a distinguere un viso da un albero e più volti incontreremo durante il nostro cammino maggiormente affineremo la capacità di riconoscere un viso umano.

Quando le sinapsi sono generate per spirito d’imitazione, occorre quasi sempre del tempo e l’apprendimento è fatto per ripetizione.

Quando, invece, le sinapsi si forma con “il linguaggio emotivo” la sua costruzione è sempre istantanea e radicata, ecco perché paure, fobie, timori e tutto ciò che è generato da emozioni negative è così difficile da sradicare.

Se oggi mi chiedessero cosa ci facciamo sulla terra, qual è il nostro scopo, in verità avrei solo una risposta: siamo qui per apprendere, migliorare e imparare e il nostro cervello in questo è fantastico.

Abbiamo tutti gli strumenti per compiere questo atto ma ci perdiamo durante il tragitto.

Perché questo accade?

Penso quindi sono… Cogito ergo sum.

Come ci insegnano gli antichi maestri, concetti tra l’altro ripresi e semplificati da nostri contemporanei come Edgar Tolle, Carlos Castaneda, Ouspensky, Fritjof Capra e tantissimi altri, lo scopo sarebbe andare oltre la mente per prendere finalmente e definitivamente il controllo ed essere i “padroni dentro la propria casa”.

Basterebbe leggere un qualsiasi testo di Gurdjieff per rendersi conto quanti siamo in un solo corpo e come ognuno degli IO reclama il suo posto a sedere.

Fin quanto la mente farà il lavoro che a noi spetta non saremo mai liberi, questo è assodato.

Tuttavia, almeno in apparenza, l’uomo ha imparato a convivere con questo aspetto, dando per scontato che questo sia il solo modo di procedere.

Così la mente, tramite il pensiero, suo figlio, condiziona la sua vita e quantomeno provvede a finché almeno i bisogni primari, sopravvivenza e riproduzione, siamo soddisfatti, considerato il fatto che nessuno lo farebbe.

Lasciare campo libero, senza controllo, porta però sempre delle conseguenze e una dei maggiori disastri è proprio l’accettazione passiva.

Dovremmo essere i fautori del nostro destino mentre, per condizionamento, accettiamo ciò che società, famiglia e gli altri danno per scontato.

Del resto si è sempre vissuto, si vive e si vivrà sempre in questo modo e nessuno può farci nulla…

Nessuno? Davvero?

Penso quindi…

A parte alcune considerazioni dovute e mettere in ovvia discussione il fatto che l’uomo non ha vissuto sempre in questo modo, in quanto ben celate abbiamo molte informazioni dalle quali si evince esattamente il contrario, con addirittura esempi (misteri) ben evidenti davanti agli occhi di tutti di civiltà molto più avanguardistiche rispetto a quella attuale, si pensi agli antichi mesopotamici, il solo provare a criticare in modo costruttivo il comune sentire sarebbe già un passo avanti per essere e divenire.

Vivere non significa sopravvivere e per farlo dovremmo quanto meno imparare a non dare tutto per scontato, iniziando a utilizzare uno strumento molto potente: il pensiero critico.

Il problema nasce, però, dal fatto che siamo costantemente bombardati d’informazioni, utili se non altro a distogliere la nostra attenzione da ciò che davvero conta.

Informazioni che, consciamente o inconsciamente, formano sinapsi, instaurano comportamenti e azioni e vengono assorbite tramite le emozioni, il canale più potente.

Destrutturare è l’imperativo

convinzioni

In tanti l’hanno già capito, molti stanno aprendo gli occhi ma per arrivare a tutti servirà certamente del tempo.

Lentamente possiamo iniziare a destrutturare, facendo un’operazione inversa, ciò che ci è stato installato.

Le sinapsi, come detto, nascondono una serie di azioni e comportamenti.

Se le sinapsi sono costruite in modo sano e costruttivo, non ci sono problemi e aiutano l’individuo nel suo percorso esperienziale.

Se, invece, le sinapsi sono costruite in modo artificioso e celano un controllo dall’alto di cui l’individuo non ha bisogno, ingabbiano la psiche in costrutti rituali non solo non necessari ma destabilizzanti e sabotanti per chi li subisce.

Ciò a cui non prestiamo attenzione è il fatto che, azioni e comportamenti, quando ripetuti diventano routine nella nostra quotidianità.

Ripetiamo azioni e comportamenti fino a farle diventare abitudini che eseguiamo in automatico e questo è valido per ogni cosa.

Allo stesso modo, un pensiero quando è ripetuto diventa una convinzione.

Adesso la parte dolente, le convinzioni sono un nostro fondamento di vita su cui ci appoggiamo ed hanno delle caratteristiche comuni.

Ad esempio, per effetto ripetitivo, a lungo andare non vengono messe più in discussione e diventano parte dell’inconscio dell’individuo che in automatico le richiama e ragiona su queste idee.

Inoltre, proprio perché culturalmente necessitiamo di stabilità, si rafforzano nel tempo. Rispondi a una semplice domanda: ammetteresti mai con te stesso di aver torto?

Tutta la realtà che ti circonda confermerà quello che pensi o meglio ricercherai nella realtà tutti gli elementi che confermano le tue convinzioni.

Diventa quindi un loop da cui è difficile uscire perché per farlo occorre mettersi in discussione dal profondo.

Oggi abbiamo tutti gli strumenti per farlo e l’alchimia contemporanea insegna come con la creazione del testimone sia possibile riuscirci.

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